La Crisi di un’impresa e la sua (spesso errata) gestione, comporta frequentemente la sottomissione dell’imprenditore alle pressioni di creditori (amministrazione finanziaria, istituti di credito, fornitori e dipendenti) che, temendo il fallimento o l’impossibilità di un recupero anche in tempi celeri del proprio credito, lo “costringono” ad azioni o promesse che col tempo si rivelano letali per l’impresa.

Per una corretta quanto efficace gestione della crisi d’impresa, occorre innanzitutto “capire” la crisi e trovare insieme all’imprenditore le possibili soluzioni; l’attività dello studio si focalizza:

  • nell’individuazione delle cause che hanno portato alla situazione di crisi;
  • nel determinare la consistenza del patrimonio aziendale esistente e nel certificarlo anche attraverso la predisposizione di apposite due diligence;
  • nel ricercare le azioni che possano consentire un rilancio dell’attività aziendale, anche tramite l’apertura, sia in Italia che all’estero, di nuovi mercati di sbocco di prodotti e servizi dell’azienda;
  • nel quantificare il relativo fabbisogno finanziario, individuando possibili modalità di reperimento di nuovo credito.

Oltre alle azioni di riduzione del debito, che possono essere messe in atto per ridurre l’esposizione dell’impresa (rateazioni, accertamenti con adesione, contenzioso, ecc.), esistono altre azioni prodromiche al fallimento che, anche se disciplinate dalla Legge Fallimentare stessa (piani di ristrutturazione dei debiti),  comunque, non riflettono negativamente verso l’esterno e che rappresentano comunque una fase (anche se di crisi) della vita dell’impresa.

Per esempio uno strumento innovativo, disciplinato nel recente Decreto Sviluppo emanato nel settembre 2012, è rappresentato dal Concordato Preventivo in continuità che, nato per venire incontro all’imprenditore “onesto ma sfortunato“, oggi rappresenta il principale procedimento deputato a risolvere le situazioni di crisi d’impresa. Esso, attraverso un accordo tra imprenditore e creditori, sotto il controllo giudiziario, consente all’impresa di bloccare le azioni esecutive nel frattempo attivate dagli enti impositori (o dai creditori in genere) e dilazionare a lungo termine tutti i debiti contratti, lasciando comunque all’imprenditore la gestione ordinaria ed il controllo totale della sua impresa. Di fatto tale strumento, pur dimostrandosi notevolmente efficace tanto per l’imprenditore quanto per i suoi dipendenti, è molto delicato nella sua fase di pianificazione.

Un altro istituto molto usato per risolvere le Crisi d’Impresa è rappresentato dagli Accordi di Ristrutturazione (disciplinato dall’art. 182-bis della legge fallimentare). In questo caso il debitore deposita in tribunale un accordo di ristrutturazione dei debiti con i creditori che rappresentano almeno il 60% dei crediti. Congiuntamente dovrà essere depositata la relazione di un esperto sulla fattibilità del piano, una relazione sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa e l’elenco dei creditori. L’accordo, sottoposto alla valutazione e all’omologazione del giudice fallimentare, diviene efficace dalla data della sua pubblicazione nel registro delle imprese.

Gli accordi di ristrutturazione sono considerati come una procedura negoziale ibrida (a metà tra le procedure stragiudiziali e tra quelle giudiziali concordatarie), in quanto partono da un accordo tra singoli attraverso un ordinario contratto di diritto privato, e si concludono con la fase giudiziale di omologazione e la pubblicazione nel registro delle imprese.